Meditazione e ipnosi

Operata in ipnosi

Essere sotto i ferri del chirurgo che ti asporta un tumore della pelle standotene comodamente sdraiata in un giardino esotico: è accaduto a una 42enne operata a Padova senza anestesia, grazie all’ipnosi indotta dal prof. Enrico Facco. Il neurologo ci spiega come l’ipnosi aumenta il controllo della mente sulcorpo e blocca o modula la percezione del dolore, aprendo nuovi orizzonti in medicina.

Una paziente oncologica deve rimuovere un tumore alla coscia ma è allergica all’anestesia. L’ipnosi la salva. Mentre il suo corpo è adagiato sul lettino, la sua mente è focalizzata su un luogo piacevole. Durante l’intervento di 20 minuti, la donna, che si ricorda tutto, non ha avvertito dolore, mentre i parametri pressori e cardiaci si sono mantenuti stabili. Il caso – riportato nella prestigiosa rivista ‘Anaesthesia’ – è stato trattato dal prof. Enrico Facco, neurologo, docente di anestesia e rianimazione del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Padova. «L’ipnosi è complementare all’anestesia: il paziente, da sveglio, riesce a ridurre o azzerare il dolore ed eliminare ansia e paura grazie alla concentrazione. Viene usata per piccoli interventi, altri colleghi hanno fatto in ipnosi l’impianto di un defibrillatore o impianti di cateteri peridurali nel midollo spinale», spiega il dottor Facco, autore di ‘Meditazione e ipnosi. Fra neuroscienze e filosofia’ (Altravista, 2014) e di oltre 250 pubblicazioni scientifiche. Lo abbiamo incontrato all’Università di Varese dove ha tenuto una conferenza su ipnosi e dolore agli studenti di medicina.

Che cosa dimostra questo intervento chirurgicoinipnosiche l’ha resa famosa?

Conferma l’efficacia dell’ipnosi come solo metodo anestetico incasi selezionati: uno straordina- rio strumento, sempre disponibile, che permette al paziente di modulare ansiae sogliadel dolore: sola o in aggiunta all’anestesia, l’ipnosi può mi- gliorare  il  rapporto  costi-benefici.  Il   decorso post-operatorio e la dimissione sono più rapidi.

Il dolore non è un riflesso incondizionato?

In realtà è un fenomeno più complesso, paragonabile a un complicato circuito cibernetico, dotato di strutture cerebrali che possono aumentare il dolore a dismisura o attenuarlo. Pensiamo ai soldati in guerra, che con una gambarotta riescono ancora a combattere: non sentono il dolore perché sono concentrati sul nemico. Questa è analgesia autoipnotica, tutto sta nel focalizzare l’attenzione: decido quello che mi interessa e blocco tutto il resto.

Come si riesce a modulare il dolore?

Sappiamo che la concentrazione va ad attivare alcune aree e circuiti cerebrali (la corteccia prefrontale, quella cingolata...) modificando la neuromatrice del dolore. Questo blocca la percezione del dolore. Oggi abbiamo attrezzature che costano miliardi e ci permettono di vedere che cosa succede nel cervello durante l’ipnosi. Gli indiani lo sapevano 2500 anni fa senza spendere un euro.

Come induce l’analgesia ipnotica?

Usiamo istruzioni specifiche per portare l’analgesia in una parte del corpo. Nel caso della paziente, ha immaginato di ricevere una peridurale che le toglieva sensibilità alla gamba: in questo modo è riuscita a chiudere tutte le porte di comunicazione con la parte inferiore del corpo, ha creato una barriera impermeabile.

E se il paziente esce dall’ipnosi durante l’intervento?

Prima dell’intervento si testa la capacità ipnotica del paziente: dal 20 al 40% della popolazione riesce a sostenere un intervento. Di regola, il paziente è motivato e sta bene in ipnosi, perchémai dovrebbe uscirne? Faccio quotidianamente sedazioni ipnotiche in ambito odontoiatrico e funziona. Spesso uso l’ipnosi anche per guarire la fobia del dentista. Ho pazienti che non riuscivano neppure a telefonare al dentista, ora civanno da soli. Grazie all’ipnosi!

Come è accolto dai suoi colleghi anestesisti?

C’è ancora un pregiudizio diffuso, si pensa che l’ipnosi trasformi le persone in zombie senza volontà. In realtà avviene il contrario: l’ipnosi potenzia il controllo del paziente sul dolore.

 

Dalla magia alla clinica. Il pregiudizio di quella classe medica che cura (solo) il corpo

L’ipnosi è entrata all’ospedale di Ginevra negli anni Settanta: la si usava per sedare gli ustionati durante il cambio delle fasciature. Oggi la si usa regolarmente in interventi alla tiroide, al seno, per alcune operazioni ortopediche e ginecologiche. Così al Chuv di Losanna, dove viene utilizzata anche per il dolore cronico, perché si riconosce che attiva risorse dei pazienti. In Ticino «non la usiamo in modo sistematico» spiega il dottor Raffaele Rosso, primario di chirurgia all’Ospedale regionale di Lugano, «ma abbiamo fatto esperienze ottime per gestire ansia e dolore: ad esempio abbiamo fatto tre interventi alla carotide in anestesia locoregionale: il paziente era sveglio, ma sedato dall’ipnosi». Usata in sala operatoria, l’ipnosedazione dà al paziente un ruolo attivo e gli effetti positivi durano oltre l’intervento. Perché allora stenta a decollare dentro sale operatorie e studi medici? «La medicina è nata come cura della macchina del corpo, come se la mente non avesse nessun ruolo né in fisiologia né in patologia. È un pregiudizio culturale che dura da due secoli», dice il neurologo Enrico Facco.

È una tecnica antica: già Esdaile nel ‘Mesmerism in India’ nel 1846 riporta la descrizione di 300 casi di operazioni chirurgiche condotte sotto ipnosi come solo metodo anestetico. «L’interesse per l’analgesia ipnotica» dice «si è affievolito dal 1860, quando la disponibilità dei primi anestetici farmacologici (come etere e cloroformio) ha favorito un curioso scambio delle parti: queste sostanze, usate inizialmente nello spettacolo, come i gas esilaranti, sono entrate negli ospedali come anestetici, mentre l’ipnosi, snobbata dalla classe medica, è uscita dagli ospedali per finire nei teatri, nelle mani degli ipnotisti da spettacolo», dice. L’ipnosi, tra l'altro, non è un’esclusiva degli uomini: «Le tartarughe caretta-caretta vanno in ipnosi durante la deposizione delle uova. Abbiamo questa capacità per una ragione biologica: ci permette di affrontare meglio situazioni critiche», conclude Facco.

Articolo scritto da Simonetta Caratti

 

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