Meditazione e ipnosi

Riportiamo l'articolo comparso sul sito web dell'Università degli Studi dell'Insubria che riporta le tematiche trattate nel corso del convegno "Le nuove frontiere dell'ipnosi: tecniche di trattamento del dolore acuto e cronico", nel corso del quale è intervenuto anche il Prof. Enrico Facco, autore di Meditazione e ipnosi.

 

Le nuove frontiere dell'ipnosi approfondite nel corso di un convegno

Sabato 5 dicembre nell'Aula Magna dell'Università degli Studi dell’Insubria in via Ravasi 2, Varese, alla presenza di un folto pubblico di studenti dei Corsi di Laurea  di area sanitaria si è svolto il convegno: "Le nuove frontiere dell'ipnosi: tecniche di trattamento del dolore acuto e cronico", organizzato dal Prof. Maurizio Chiaranda, Direttore della Scuola di Specializzazione in Anestesia Rianimazione Terapia Intensiva e del Dolore, e patrocinato dal Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita e dal Dipartimento di Scienze Chirurgiche e Morfologiche dell’Ateneo.

Vivo interesse hanno destato le relazioni del Prof. Enrico Facco, Studioso Senior dell’Università di Padova, anestesiologo e neurologo di fama internazionale per le sue ricerche su tematiche attinenti al dominio della mente e ben noto per la diffusione mediatica degli straordinari risultati ottenuti utilizzando l’ipnosi come tecnica unica o complementare per l’anestesia e/o la sedazione in chirurgia generale e in odontoiatria, e del dott. Alesssandro Lizioli, medico psicologo clinico, psicoterapeuta dinamico ed ipnoterapista, con notevole esperienza di trattamento su malati con dolore cronico e presidente della Ekiloré Società Cooperativa Sociale di Varese.

La storia dell’ipnosi, che è una attività fisiologica della coscienza, codificata nel cervello dell’uomo e di diverse specie animali per valide ragioni biologiche, convenzionalmente nasce in Europa nel XVIII secolo con Franz Mesmer, ma in realtà risale alla preistoria, alle pratiche meditative e di guarigione orientali antiche e di  tutte quelle tecniche di intima natura psicosomatica volte allo sviluppo metacognitivo, spirituale e a catalizzare la resilienza e le potenzialità di autoguarigione del paziente. In occidente tali pratiche si ritrovano nella medicina di Parmenide e della scuola Eleatica e nei riti di incubazione nei templi di Apollo e di Asclepio; Ippocrate era un Asclepiade.

La storia moderna dell’ipnosi è stata caratterizzata dall’attività di soggetti dotati di abilità tali da ottenere mediante ipnosi un adeguato controllo del dolore acuto fino ad una vera e propria analgesia chirurgica; infatti, nella prima metà del XIX secolo sono state descritte alcune centinaia di interventi chirurgici in ipnosi, in un’epoca in cui ancora non esisteva l’anestesia farmacologica.

Dopo il 1860 tuttavia, con l’introduzione dei primi farmaci anestetici, l’anestesia ipnotica è caduta in disuso, e l’ipnosi è stata pregiudizialmente rifiutata dalla medicina.

Negli ultimi due decenni, grazie alla disponibilità di sofisticate indagini di neuroimaging funzionale cerebrale, si è destato un nuovo interesse per l’ipnosi per il trattamento del dolore acuto. Gli studi più recenti dimostrano come l’attività ipnotica consenta di controllare intenzionalmente l’attività di aree cerebrali inconsce, tra cui la neuromatrice del dolore: questa azione di modulazione costituisce la base neurofisiologica dell’analgesia ipnotica e della sua capacità bloccare anche la risposta neurovegetativa ed endocrina allo stress chirurgico. Quest’ultimo effetto rende l’ipnosi un vero analgesico, in grado di reggere il confronto con la neuroprotezione indotta dall’anestesia farmacologica. Ovviamente non tutti i pazienti e non tutta la chirurgia possono essere condotti con la sola ipnosi; tuttavia essa può trovare un utile impiego sia come unico sedativo (ad es. in odontoiatria, nelle manovre mediche invasive, in nelle procedure chirurgiche minori e, in generale, in qualsiasi cura spiacevole per il paziente), sia come adiuvante dell’anestesia regionale e generale, contribuendo a migliorare il decorso clinico, accelerare la guarigione e abbreviare la degenza, in sintesi a  migliorare significativamente la qualità globale delle cure. Con l’ipnosi si può infatti ridurre significativamente l’ansia e il disagio perioperatorio, favorire il coping e la resilienza del paziente e modulare le risposte somatiche allo stress perioperatorio.

L’ipnosi ha un ruolo specifico, talora insostituibile, anche nella terapia del dolore cronico. Il dolore cronico infatti non è un mero sintomo di patologie organiche, ma è un fenomeno funzionale complesso, spesso indipendente da esse: quindi in presenza di lesioni organiche è indispensabile valutare se queste siano causa, concausa o solo coincidenza. Il dolore cronico è sempre sofferenza di tutto l’individuo e pone davanti a sé lo spettro della sofferenza, della disabilità irreversibile, della limitatezza e transitorietà della vita, della morte. Il dolore cronico ha quindi sempre implicazioni psicosomatiche più o meno profonde, le quali talora hanno un ruolo centrale nella genesi e/o nella perpetuazione del dolore, e la sua terapia deve essere sempre terapia del soggetto sofferente, non del solo dolore meccanicisticamente interpretato. L’ipnosi ha quindi un importante ed ineludibile ruolo nel suo trattamento, sia come terapia complementare, sia come terapia principale nei casi che non rispondono né ai farmaci analgesici, né alle altre terapie ed il cui trattamento richiede un approccio olistico comprendente quello che Ippocrate chiamava “l’intero” ovvero l’unione inscindibile di mente, corpo e ambiente nelle loro complesse e dinamiche interrelazioni psicosomatiche.

Infine, il grande pregio dell’ipnosi è quello di essere sempre disponibile, non richiedere apparecchiature né farmaci ma solo il comportamento di chi si prende cura del paziente, non avere effetti collaterali di rilievo se condotta da professionisti esperti: è dunque uno strumento efficace, sempre disponibile, totalmente privo di costi e, come tale, non più eludibile a priori nel programma assistenziale alla persona malata, programma che troppo spesso la medicina scientifica ha inconsapevolmente e disgraziatamente disumanizzato.

 

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