Intervista ad Alessandra Guigoni

Continua la serie d'interviste di Newscampania.it, quest'oggi vi presentiamo l'ultimo lavoro dell'antropologa culturale, Alessandra Guigoni.

Lunedì 29 giugno 2009

Dottoressa Guigoni, benvenuta su Newscampania. Si vuol presentare ai nostri lettori?  

Sono antropologa culturale, mi sono laureata a Genova nel 1992 in Civiltà indigene d’America, nel corso degli anni vivendo in Sardegna mi sono appassionata all’universo del cibo, agli aspetti storici, sociali e culturali dell’alimentazione; ho conseguito il dottorato di ricerca studiando gli effetti dello scambio colombiano proprio nel mondo contadino sardo. Ho anche la passione per Internet e le nuove tecnologie di comunicazione che offre, ho aperto un sito alla fine del 1997 etnografia.it e gestisco una newsletter mensile che diffonde notizie su siti, libri, convegni, borse di studio demoetnoantropologiche.

Veniamo ad "Antropologia del mangiare e del bere". Da dove nasce?  

Alcuni dei saggi contenuti derivano da ricerche decennali, come quella sugli aspetti simbolici e rituali dell’alimentazione umana, o sulla diffusione di alcune piante americane, come pomodoro, peperoncino, patata, ficodindia, nelle cucine europee a seguito della scoperta dell’America; altri saggi rispecchiano i miei interessi più recenti, evidenziati nel capitolo sulla biodiversità, sui processi di patrimonializzazione delle culture gastronomiche e sul mondo del vino, tema su cui lavoro con mio marito, che è sommelier dell’AIS (Associazione Italiana Sommelier). C’è poi il capitolo sullo svezzamento, l’interesse verso questo sapere informale declinato al femminile è nato per caso, svezzando i miei figli; ho riflettuto sul fatto che ogni pediatra aveva le sue idee in merito a come si dovesse svezzare...che mia nonna avesse svezzato mia madre in modo ben diverso da come io ho svezzato...che le mie anziane vicine di casa mi avessero raccontato di svezzamenti altri, che alcune mie amiche, che vivono all’estero o sono straniere, abbiano svezzato in modo ancora differente, con altri tipi di pappa, di tempi, di concezioni, saperi e pratiche. La mia ricerca sullo svezzamento è un work in progress, come si dice, ora sto iniziando a lavorare con alcune mamme migranti e mi rendo conto di quanto ci si racconti in profondità, come persona, come individuo appartenente ad una certa classe sociale, ad una certa etnia, parlando di pappe. In realtà ciò che diamo da mangiare sin dai primi mesi di vita ai nostri figli non è altro che l’universo culinario di cui si nutre il nostro immaginario collettivo: affiorano tutti i riti, i miti, i saperi familiari, biomedici, ufficiali e tanto altro in cui siamo immersi come individui e come società.

Cosa si sente di dire ai futuri lettori del suo libro?  

Che penso si divertiranno a leggere il mio saggio, ci sono tante curiosità, aneddoti, dati storici ed etnografici interessanti...o almeno lo spero!

I suoi progetti futuri?  

Continuare a lavorare sullo svezzamento, ci sono molti filoni di ricerca ancora inesplorati secondo me, ad occuparmi di biodiversità coltivata, sa l’erosione genetica ha già fatto scomparire così tante varietà locali di frutta, di ortaggi, che sarebbero preziose per le comunità locali delle aree rurali italiane, per il loro sviluppo e per le loro economie. Il terzo filone di ricerca è costituito dai legami, dalle connessioni esistenti tra le varie cucine del Mediterraneo... faccio solo l’esempio dello scapece, che è un metodo di cottura e conservazione dei prodotti alimentari molto gustoso ed efficace, che in sardo suona scabecciu. Gli ingredienti fissi sono l’aceto e l’aglio, per il resto c’è la massima variabilità nelle ricette. Penso alle zucchine alla scapece napoletane, che sono una golosità. Pare che il termine scapece derivi dal catalano medievale,  e che si sia diffuso ovunque gli Spagnoli si siano insediati stabilmente tra Medioevo ed Età moderna.  Un altro elemento è il già citato pomodoro, che si è diffuso in tutte le cucine mediterranee dal lontano Messico, diventano un ingrediente per eccellenza della cucina, anche campana; ma non solo, ci sono varietà, tra cui il pregiato San Marzano che sono diventati ecotipi locali, apprezzati, al punto da fregiarsi del marchio DOP (denominazione d’origine protetta). Insomma il cibo racconta anche la storia, una storia fatta di migrazioni, conquiste, resistenze, adattamenti, innovazioni e tradizioni, ad opera degli uomini: perchè l’uomo è davvero ciò che mangia.  

Newscampania.it

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