Meditazione e ipnosi

Riportiamo qui un articolo pubblicato sulla rivista "Airone" che parla di ipnosi e contiene una breve intervista al prof. Enrico Facco, autore di Meditazione e ipnosi. Tra neuroscienze, filosofia e pregiudizio.

Che cosa succede alla nostra mente quando siamo sotto anestesia?

L’anestesia toglie il dolore e la coscienza e protegge il paziente dallo stress dell’intervento chirurgico. Non solo: per i neuroscienziati è un’ottima opportunità per studiare la mente umana in quello stato al confine tra la vita e la morte.

Antonia Arslan è ricoverata d'urgenza nel reparto di rianimazione dell'ospedale universitario di Padova per uno shock settico, una gravissima infezione che coinvolge tutto l'organismo. Sedata per diversi giorni, anche se mai in coma, vive un'esperienza straordinaria che racconterà successivamente nel libro Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio (Rizzoli): sospesa a metà tra la percezione labile di quello che le stava accadendo in sala di rianimazione e il proprio mondo interiore, in una sorta di dimensione semi onirica, nella mente di Antonia riaffiorano tutti i ricordi della sua vita, a partire dall'infanzia, come in un film.

Fuori dal corpo

Ma è niente in confronto a quello che sembra accaduto a Pam Reynolds, descritto nel libro Dai confini della vita dal cardiologo statunitense Michael B. Sabom. Pam era una cantante di Atlanta, in Georgia (Usa), che all'età di 35 anni fu operata al cervello per rimuovere un aneurisma. La donna, indotta dai chirurghi in anestesia profonda, ipotermia a 10 gradi centigradi e arresto dell'attività cardiaca per poter effettuare l'operazione, al suo risveglio raccontò di avere avuto la sensazione di uscire dal proprio corpo e di essere spettatrice di quanto stava accadendo. Riferì per filo e per segno quello che "aveva visto e sentito" in sala operatoria: i chirurghi che intervenivano, i rumori del trapano che stavano usando per inciderle il cranio, le parole degli infermieri e persino l'incontro con parenti defunti in una specie di tunnel inondato di luce. Una dimostrazione "scientifica" dell' AIdilà?

Spiegazioni razionali

Tra gli esperti che analizzarono il caso di Pam Reynolds, l'anestesista Gerald Woerlee, scettico nell'attribuirvi qualsiasi connotazione paranormale, concluse che la donna era ancora intubata quando riprese conoscenza dopo l'intervento e che questo le permise di associare una serie di sensazioni ai propri ricordi consolidati (il rumore del trapano usato dai chirurghi, per esempio, non è molto diverso da quello di un comune trapano da dentista) e a quanto si aspettava di vivere da tutta quell'esperienza.

Lo stress da intervento

«Le esperienze cosiddette di premorte (in inglese near death experience abbreviato con la sigla NDE) sono documentate», dice Enrico Facco, docente di anestesia e rianimazione, studioso senior dell'Università di Padova e autore di Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica (Ed. Altravista). «Riguardano soprattutto le persone che subiscono un arresto cardiaco. Sembrano invece meno frequenti quelle associate allo stato di anestesia generale profonda, anche se nella mia esperienza clinica ne ho comunque riscontrate. Del resto», prosegue il neuroscienziato, «il fatto di trovarsi in uno stato semi onirico nel corso di esperienze così intense, come i ricoveri ospedalieri in rianimazione o per interventi chirurgici importanti, non deve sorprendere, perché è un fenomeno facilitato sia dall'alterazione di coscienza, estraniazione dalla realtà e privazione dei sensi indotte dall'anestesia, sia dalla comprensibile perdita dei propri punti di riferimento quotidiani a causa della permanenza in ospedale e soprattutto in sala di rianimazione».

Il cervello si modifica

Non esiste un'area cerebrale della coscienza. Le ricerche degli ultimi anni nel campo delle neuroscienze hanno evidenziato che è più corretto considerare il.cervello come un insieme di connessioni e non di aree che abbiano ognuna una specifica e autonoma funzione. «Per questo gli scienziati hanno elaborato anche il nuovo concetto di "connettoma", che richiama quello più noto di genoma: il cervello è un organo di connessione e di elaborazione tra diverse aree», spiega Facco e aggiunge: «I farmaci per l'anestesia generale non bloccano l'area della coscienza, che non esiste, ma modificano la connettività dei neuroni, desincronizzando e disconnettendo la comunicazione tra le aree del cervello e quindi anche della coscienza. Un po' come quando andiamo a dormire».

Paure infondate

Ed è forse anche per il particolare stato psicofisico in cui ci fa piombare che l'anestesia spesso ci spaventa. "Mi risveglierò?": è la domanda più frequente. «Sì, ci si risveglia», risponde Facco, che puntualizza: «Per una persona sana che fa un'anestesia generale, il rischio specifico di avere complicanze di un certo rilievo è solo di l su 500mila casi. La nostra percezione del pericolo è spesso distorta: temiamo l'anestesia generale, ma al contrario riteniamo più sicure le strade dove ogni giorno muoiono diverse persone per incidenti d'auto».

Per piccoli interventi si usa anche l’ipnosi

L'ipnosi può essere utile nella piccola chirurgia ambulatoriale, negli esami clinici invasivi, come le gastroscopie, o per favorire il parto indolore. «Ci sono nuovi dati che dimostrano come l’uso dell’ipnosi, associata all’anestesia farmacologica, migliori il decorso del paziente e riduca la sua degenza», spiega Enrico Facco, autore di Meditazione e ipnosi. Tra neuroscienze, filosofia e pregiudizio (Ed. Altravista). In qualche caso può sostituire i farmaci. Racconta Facco: «Tempo fa, a Padova, indussi in una donna di 42 anni, allergica agli anestetici locali (fenomeno rarissimo) e a diverse sostanze chimiche, che doveva essere operata per un tumore alla pelle della coscia. L’operazione durò 20 minuti: la donna sotto ipnosi non avvertì dolore e i parametri pressori e cardiaci si mantennero stabili». Da 20 anni Marie-Elisabeth Faymonville, anestesista belga, per numerosi interventi usa l’ipnosi al posto dell’anestesia o piùn spesso in aggiunta agli anestetici che sono somministrati in dosi minori.

 

Barbara Merlo

 

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