Antropologia del mangiare e del bere

 

A tavola con una rinnovata coscienza eno-gastronomica

Per chi come me, si appassiona all’argomento gastronomia nello spettro più ampio del termine, e cioè non solo dal punto di vista di ricette più o meno collaudate, ma ricercandolo nella letteratura, nella storia e soprattutto nell’antropologia, il libro della preparatissima Alessandra Guigoni non deve assolutamente mancare nella vostra libreria e ci casca, permettetemi la battuta “a fagiolo”.

La dottoressa Guigoni ha svolto un ottimo lavoro redatto in uno stile stile linguistico chiaro e dettagliato, accessibile a tutti e dove vengono ripercorse le principali tappe che hanno tracciato l’evoluzione dello sviluppo eno-gastronomico, nel nostro Paese cercando di raccontarlo in una maniera non solo semplice ed immediata ma anche più obiettiva possibile.

 Da sempre mi sono sentita attratta dall’antropologia sentendomi  parte integrante del territorio in cui sono nata, ed ho vissuto,  mi sono avvicinata un po’ alla volta all’argomento, ed anche qui è avvenuta una sorta di evoluzione alla ricerca di quel qualcosa che mi portassero alla scoperta dei prodotti autoctoni, dei rituali legati alle stagioni, alle feste della penisola sorrentina, a grandi linee sapevo che questa scienza studia le popolazioni del mondo, i loro comportamenti, le tradizioni popolari, l’adattarsi  ai diversi ambienti ed il comunicare tra di loro e che tutto questo inevitabilmente si ricollega al cibo e all’alimentazione.

Alessandra Guigoni è un’eclettica antropologa culturale, autrice di numerosi testi sull’antropologia del cibo. Conoscere l’uomo attraverso quello che mangia ci  consente di approfondire e ben  comprendere come nel tempo vi sia stata una evoluzione nelle abitudini  e l’orientamento delle diverse civiltà di modo che  si è potuto analizzare  il coefficiente cognitivo e conoscitivo dell’individuo.

L’autrice qui chiarifica il ruolo del cibo, del gusto e del disgusto in grado di suscitare, di come assurga a ruolo di status symbol in determinate culture ed epoche, dell’interdizione e dei divieti religiosi che condizionano le opzioni nutrizionali, dei tabù che proibiscono l’utilizzo di taluni alimenti all’appannaggio di altri presso specifici popoli.

Da Antropologia del mangiare e del bere pag. 96

Nel 1839 il napoletano Ippolito Cavalcanti, autore benemerito della prima ricetta scritta sulla pasta con i pomodori, stampa la Cucina casereccia in dialetto napoletano, che è anche uno spaccato della vita e della cucina popolare a Napoli, e conserva tra le ricette la “menesta de fasule frische muniate” (minestra di fagioli freschi mondati), che qui riportiamo nella duplice versione in napoletano e in italiano (in nota):

«Chisti fasuli l’haje d’accattà co ttutte le scorze, pecché li venneture spognano li sicche e li bennene a la chiazza, e cu quattr’aute fasule frische, fegnenno de munnà chille cu li scorze, mballano la prubbeca de lo popolo: pecché a chilo tiempo le fasule sicche hanno pigliato de ranceto, e chili frische costano de cchiù; addonca pe dudece perzone piglia otto rotola de chille cu li scorze e doppo muniate e scaudate, votale dint’a na sauza de pummadore, fatta o co nu terzo de zogna o cu li solete tre musurelle d’uoglio (Cavalcanti 1839, citato in Faccioli 1987: 806)».

 

Angie Cafiero

 

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