Risorgimento Maya e Occidente. Visione del cosmo, medicina indigena, tentazioni apocalittiche

Leggendo e poi riflettendo sul bel lavoro di Leda Peretti "Risorgimento Maya e Occidente" viene spontaneo pensare al concetto Heideggeriano di dasein, l'esserci: sul campo, che è luogo di ricerca per definizione e terreno di confronto fra culture e poi con la passione di un'antropologa militante che ha fatto propria la lezione Demartiniana sul ruolo dell'etnologo che vorrebbe essere culturalmente "apolide" nell'osservare il "proprio" e l'"alieno". 

Questa dicotomia, quasi cartesiana nella sua nitidezza, è brillantemente superata dall'autrice che riesce non solo a fornire al lettore una chiave di lettura squisitamente storica degli eventi che hanno connotato nel tempo i movimenti indigeni del Guatemala, ma anche a fornire, degli stessi eventi, una prospettiva di lettura meta-storica (nell'accezione greca del termine μετὰ inteso come oltre)  e culturale. 

Il bisogno delle popolazioni indigene del Guatemala di riconoscersi in un passato comune è relativamente recente e, non di meno, caratterizzato da un forte contrapporsi di equilibri e di bisogni espressi (come ricorda la lezione di A.M. Cirese)  sia dalla cultura egemone che da quella subalterna. Impossibile parlare di questa necessità senza circoscriverla storicamente e l'Autrice non manca di condurci alla ricerca di queste radici in un intenso excursus storico che ci porta al Popol Vuh, il testo più importante del continente americano scritto dopo il periodo della Conquista. 

E' la visione del cosmo di quest'opera a suggerire la missione soteriologica delle popolazioni indigene che, riconosciutesi in una memoria comune, esprimono il bisogno di affermare la loro unicità culturale nel cosiddetto Risorgimento Maya. 
Il territorio di elezione di questa brillante ricerca è costituito dalle pratiche terapeutiche delle comadronas. La più interessante fra tutte è sicuramente quella relativa al temazcal, rituale di purificazione e "riscaldamento" della puerpera il cui corpo è "freddo" a causa delle fatiche del parto. Lasceremo al lettore il piacere di scoprire le molte sfaccettature di questo rituale dove memorie antiche di un temazcal, inteso come soglia liminale fra due mondi (ctonio e celeste), si intrecciano con contaminazioni culturali dei concetti di "caldo" e "freddo" portati dalla concezione umorale della medicina classica occidentale. 

Le implicazioni di questo rituale sono considerevoli: mentre su altre pratiche curative le autorità governative hanno deliberato positivamente (per esempio sull'uso delle erbe medicinali), intorno al temazcal si esprimono molti conflitti per le sue conseguenze sulla salute (a volte, purtroppo, estreme). L'analisi dei significati attribuiti a questo rituale prima e dopo la Conquista introduce un altro argomento cardine del lavoro di Leda Peretti: l'esplorazione del carattere dinamico della relazione che intercorre fra la cultura indigena e quella ladina, in un evolversi che elude i concetti stessi di "assimilazione" e "resistenza". 

Nella ricerca sul campo condotta dall'Autrice, questo dinamismo è brillantemente esemplificato dalla rappresentazione della malattia non solo come accadimento individuale, ma collettivo, che si esprime attraverso il bisogno del paziente di comprendere le cause del suo malessere da un punto di vista organico quanto culturale. 
Questo bisogno di affermare la propria identità culturale anche attraverso la malattia fa, ancora una volta, pensare alla lezione di De Martino, per cui la magia (in questo caso, per traslato, la rappresentazione della malattia come evento culturale prima che organico) esprime il desiderio dell'uomo di essere nel mondo. 
Dal dasein alla crisi della presenza, dunque, generata dal relativismo culturale e da quell'impossibilità per il modello Occidentale di essere "apolide" nell'osservare le culture. 

Vivere, discutere e curare la malattia in Guatemala pone molti interrogativi ed il dibattito sulle vie che sarebbe possibile esplorare è ancora aperto. Un breve accenno a come questi temi vengono trattati dall'etnopsichiatria e il modo in cui il governo e il ministero della Salute si relazionano a queste tematiche nell'ambito di un più vasto scenario di morbilità e tasso di mortalità fra le popolazioni indigene, completano esaustivamente il lavoro dell'Autrice. 

Nel solco tracciato da De Martino e da Levi Strauss germoglia il lavoro di Leda Peretti, dove ogni parola significante come memoria, unità culturale, tradizione (solo per citarne alcune fra le tante) si offre al lettore priva di quell'etnocentrismo strisciante che conferisce ai significati di queste parole una sorta di epochè che è manifestazione dell'incapacità di esprimere un giudizio di valore sull'Altro. 

L'Autrice ha sicuramente superato questo impasse e offre al lettore un'opera brillante che suggerisce spunti di riflessione non solo a livello antropologico, ma anche storico, sociale ed etico e si conclude con un interrogativo che, come nella migliore tradizione narrativa, lascia ben sperare in una prossima opera di approfondimento. 

Recensione a cura di Irene Fabbri 

Antrocom

Vedi articolo originale »»»

Vai alla scheda del libro »»»