Il banco sopra la cattedra di Luigi Polito

Luigi Polito, professore e scrittore, ci presenta il Suo libro "Il banco sopra la cattedra", edito nel 2010 da Edizioni Altravista, attraverso l’intervista realizzata dagli studenti della IIC del Liceo Don L. Milani di Napoli.


Di cosa parla questo libro e cosa l’ha spinto a scriverlo?

Prima di accennare ai contenuti del libro, vorrei ringraziare tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di quest’avventura e fare un’importante premessa affinché la lettura del testo non dia vita a false interpretazioni.
“Il banco sopra la cattedra” non ha assolutamente l’intenzione di offendere o denigrare il mondo dell’istruzione, per cui mi sembra doveroso sottolineare l’enorme mole di lavoro, l’onestà intellettuale, l’impegno, la passione, di moltissime persone che si prodigano ogni giorno affinché, attraverso il sapere e la conoscenza, noi tutti possiamo diventare più consapevoli della complessità della vita.

È un romanzo-documento che narra attraverso storie di vita divertenti, amare, ironiche, a volte drammatiche, i misfatti, le assurdità, le incongruenze che gli studenti vivono quotidianamente nelle università e nelle scuole. Dall’incontro di questi racconti, frutto di uno strano intreccio tra realtà e fantasia, i cui confini sono difficilmente scindibili, prende corpo una miscela esplosiva ricca di emozioni, proteste e speranze per il nostro futuro.

“Il banco sopra la cattedra” nasce come un gioco, e come tutti i giochi è da prendere molto sul serio. É una provocazione scritta senza peli sulla lingua, che invita a riflettere sullo stato di salute del mondo dell’istruzione, questo gigante d’argilla senza cuore e senza ragione, che a fatica resta ancora in piedi appoggiandosi a mille bastoni.
Un sistema complesso che rischia di frantumarsi o persino estinguersi come i dinosauri, e che per questo ha bisogno urgentemente di rinnovarsi da cima a fondo, di acquisire senso prima che affondi definitivamente.

La motivazione principale che mi ha spinto a scrivere questo inusuale romanzo, è la speranza di risvegliare le coscienze degli studenti e di tutti coloro che operano nei luoghi dell’apprendere, gli unici soggetti in grado di poter immaginare e proporre un cambiamento generale del pensiero dominante e mettere in discussione le consuete modalità di trasmissione del sapere. Una speranza che deve partire dall’interno delle nostre università, delle nostre scuole, che hanno il diritto-dovere d’ insegnare e promuovere nuovi principi e valori, indispensabili alla nascita di una coscienza civile democratica, che crei i presupposti per una trasformazione positiva e pacifica della società.

In un momento storico così delicato, in cui non si crede più a niente, e ogni cosa diventa subalterna all’economia e al dio danaro, i luoghi dell’apprendere non possono pretendere di diffondere una cultura asettica e completamente slegata dal contesto storico-culturale in cui viviamo. Queste importanti istituzioni che rappresentano il nostro futuro, devono assumersi la responsabilità di ricoprire un ruolo centrale nella formazione dei giovani e proporsi come modello d’identificazione fondato sull’onestà, la coerenza, la dignità, la legalità e l’uguaglianza.

Tutto ciò non vuol dire profanare la sacralità del mitico sapere, che ha radici solide e indiscutibili, ma in questa fase storica è opportuno un cambiamento radicale del sistema dell’istruzione, che deve liberarsi dall’oppressione dell’onnipresente ideologia politica, e incidere autonomamente e criticamente nella realtà sociale, divenendo punta di diamante e parte strutturale di un progetto formativo integrato globale. Un patto educativo da costruire con i diversi soggetti sociali che operano nei territori, che miri a valorizzare il dialogo e il confronto tra le parti, e abbia come obiettivo principale la realizzazione di prospettive concrete, soprattutto per i giovani.

Realizzare tutto questo richiede impegno sia una forte mobilitazione, sia una presa di coscienza collettiva che ci svincoli dai vecchi miti culturali interiorizzati, percepiti come unica opportunità di conoscenza. Un’impresa non facile, in quanto chi tiene in pugno il sistema educativo si opporrà tenacemente al “fareassieme”, perché non intende mettere in discussione la propria ideologia e la gestione del potere che esercita come espressione di dominio indiscriminato.

Per quali motivi Lei è stato molto critico nei confronti della modalità di gestione delle università e delle scuole?

Penso che sia le Università, sia le scuole di ogni ordine e grado siano prevalentemente organizzate e governate come feudi medioevali. Le università in modo cieco sanciscono la frattura tra cultura umanistica e scientifica, rendendo incapaci i giovani di cogliere la globalità dell’esperienza umana. In questi luoghi, spesso il sapere diviene uno strumento per mantenere privilegi, scambiarsi favori e cortesie, garantire un consenso politico-baronale fondato su inganni e nepotismo. Gli studenti vengono trattati in modo superficiale, selezionati come pacchi postali, considerati un semplice numero come se non fossero persone, negandogli spesso il diritto allo studio. Questi importanti luoghi dell’apprendere sono divenuti feudi nelle mani di schiere di Baroni e Pierini senza scrupoli, che portano avanti la loro politica e decidono ogni cosa incuranti della legalità. Luoghi paragonabili a circoli chiusi, autoreferenziali dove tutto si decide per interessi di casta o attraverso i legami di sangue e di appartenenza, proprio come avviene nei clan mafiosi.

Emblematiche sono le numerose sentenze della Corte di Cassazione e le storie drammatiche di tanti ricercatori, che hanno lasciato l’Italia per altri paesi in polemica con il sistema nepotista delle nostre università.
Anche le scuole, come molte altre istituzioni, spesso vengono amministrate secondo la solita logica familistica, ereditata da secoli, tipicamente meridionale ed esportata con successo in molte zone della nostra penisola. Non di rado gruppetti di figuri senza scrupoli con operazioni apparentemente legali, si spartiscono alla luce del sole, favori, ruoli e danaro, mangiando come suol dirsi: la pecora con tutta la lana. Le minoranze, sottomesse a tale strategia, vengono automaticamente emarginate e annientate, per cui la gestione privata e patologica della scuola pubblica, tira avanti indisturbata e senza alcuna incidenza positiva sulla realtà e senza alcun controllo sui controllori. La nostra unica speranza è nelle mani delle nuove generazioni che attraverso la partecipazione attiva possano pacificamente riappropriarsi di quello che gli appartiene di diritto: l’organizzazione democratica della scuola.

Cosa ne pensa della scuola attuale?

Credo che oggi il mondo dell’istruzione si rivela incapace di comprendere i reali bisogni dei giovani. Non è un caso, se spesso ci troviamo innanzi una scuola affollata da un esercito di docenti autistici, in balia delle onde, impauriti, frustrati, ricattati, delusi, mal pagati, frettolosi, disimpegnati, barricati nelle proprie classi a compiacersi dei propri soliloqui didattici, pronti a scaricare inevitabili angosce sugli allievi e su se stessi. Una scuola in crisi di principi e valori, che si nasconde dietro contenuti paradossali e mantiene inconcepibili distanze dalla realtà. In definitiva una scuola che non forma ma deforma e spreca, senza rendersene conto, una forza sociale indescrivibile, un patrimonio giovanile creativo e rivoluzionario, ingannando le menti adolescenziali sulla vera condizione esistenziale dell’uomo.

In questi enormi casermoni strutturati su base familistico-piramidale, viene ibernata ogni forma di creatività e di capacità critica, tutto scivola silenziosamente nell’ anonimato e l’unico pensiero positivo è quello di scappare appena possibile, come dei prigionieri in cerca della libertà. Non si lavora in gruppo, c’è poca cooperazione e tanto isolamento. Come sarebbe bello collaborare gomito a gomito, invece ci chiudiamo nelle nostre classi in perfetta clausura, nascondendo la nostra ignoranza a scapito del confronto, delle buone relazioni e della crescita culturale degli studenti. Quante riunioni senza né capo e né coda a discutere di condotta, valutazione, improvvisandoci giudici di una logica aberrante che diffonde idee sbagliate delle regole di cittadinanza e di convivenza democratica. Non parliamo poi dei libri di testo, – mattoni sempre più pesanti e scritti esclusivamente per i docenti – della selezione rigida degli alunni, spesso subordinata al mantenimento dei posti di lavoro degli insegnanti, ai loro umori e alle continue, immancabili raccomandazioni.

Quali sono le sue considerazioni in merito agli insegnanti in genere?

Credo che la scuola italiana abbia fondamenta ben solide e, anche se non funziona, produca risultati inspiegabili che la tengono in vita e gli permettono di raggiungere un suo strano equilibrio che nessuno di noi riesce a spiegare. Certo, vi sono insegnanti che vivono questa professione come se fosse una missione, con passione, impegno, sacrificio, onestà intellettuale, senso di responsabilità, per cui sottostanno al quotidiano ricatto che viene imposto dall’alto, pur di aiutare i giovani a crescere. Tuttavia è palese che questi ingredienti da soli non possono tenere in piedi un sistema così ingarbugliato. Spesso alcuni docenti appaiono in uno stato di catalessi, altri sembrano palombari che osservano il fondo marino, la realtà attraverso spessissimi vetri, senza alcuna possibilità d’intervento. Non si rendono conto che chi è consapevole di una realtà paradossale e aberrante, e non muove un dito per cambiarla, è colpevole quanto chi pretende di avere nelle proprie mani la verità assoluta.

Quali sono attualmente in base alla sua esperienza i rapporti che intercorrono tra scuola e genitori, docenti e studenti e tra compagni di classe?

I primi direi sono prevalentemente inesistenti. Nonostante i vecchi decreti delegati prevedano istituzionalmente questi rapporti, non se ne vede l’ombra. I genitori varcano la soglia della scuola solo nel corso delle consuete valutazioni periodiche, quindi come pura formalità o probabile panacea per attenuare i loro sensi di colpa. In genere per i genitori l’insegnante non è visto come un alleato che contribuisce alla formazione della personalità e alla crescita culturale del proprio figlio, ma soprattutto un nemico da combattere, contestare, criticare, e se il caso, punire, a volte anche con le mani. Per la scuola, salvo che in alcuni casi, il genitore è prevalentemente un ficcanaso, un rompiscatole iperprotettivo da tenere lontano perché crea solo problemi.
Per quanto concerne il rapporto docenti-studenti si basa essenzialmente sul potere dell’uno sull’altro. Come tutti i rapporti di potere è un incontro tra estranei, che spesso si fonda sulla falsità, il paternalismo e l’ipocrisia. Sono molto rari le relazioni che si manifestano con modalità prettamente egualitarie.
In genere, i rapporti tra docenti sono molto formali. I professori s’ignorano a vicenda inchinandosi soltanto all’autorità costituita. Non discutono con nessuno della realtà, come se vivessero in un pianeta sconosciuto.
Gli studenti invece, tra loro vivono una situazione in gran parte paradossale, perché devono adattarsi ad un clima relazionale estremamente competitivo, dove non c’è spazio per il fareassieme, la collaborazione e il rispetto reciproco. Chi soccombe a tali regole viene automaticamente selezionato o emarginato. Insomma come sosteneva più di quarant’anni fa, il nostro carissimo Don Lorenzo Milani, la scuola resta un ospedale che cura gli studenti bravi e abbandona quelli in difficoltà.

 Descriva tre motivi per cui dovremmo leggere il Suo libro

1) In modo divertente e ironico affronta argomenti molto seri.
2) Finisce inaspettatamente con un inizio.
3) È propositivo perché prevede un progetto importante che ha come protagonisti finalmente i giovani.

Ringraziamo per la realizzazione dell’intervista gli studenti della classe IIC del Liceo Don L. Milani di Napoli, tra cui Chiara Morabito, Miryam Citarella, S. Salzano, A. Murino.


Fonte: http://www.sololibri.net

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