I conflitti per la terra

 

La rivista "Dialoghi Mediterrani" dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo ha recensito "I conflitti per la terra", a cura di Cristiana Fiamingo, Luca Ciabarri e Mauro Van Aken per Edizioni Altravista. Ecco di seguito la parte dell'articolo che riguarda il volume.

 

I cataclismi umanitari della globalizzazione

Il tema dell’accaparramento indiscriminato di ampie superfici di terra da parte dei mercati privati nei Paesi del Sud del mondo, richiama la questione importante del landgrabbing,letteralmente «accaparramento della terra». L’aumento del prezzo del petrolio e gli indirizzi di politica energetica intrapresi dagli Stati Uniti (2007) e dall’Unione Europea (2009), hanno aumentato la domanda di produzione di biocarburanti amplificando, di conseguenza, il fabbisogno di terra e acqua per la loro coltivazione. È il tema trattato dagli autori del volume a cura di C. Flamingo, L. Ciabarri, M. Van Aken, I conflitti per la Terra(Edizioni Altravista, 2014). Ciò ha determinato la folle corsa delle multinazionali verso investimenti sulla terra da coltivare. I dati sono sconcertanti: solo tra il 2008 ed il 2009 sono state dichiarate acquisizioni di terreni agricoli per un’estensione pari a 46 milioni di ettari [1]. Le conseguenze sono devastanti: le comunità e gli agricoltori espulsi dalle loro terre si trovano di fronte all’alternativa di migrare o di essere assunti come manovalanza a salari bassi; migliaia di persone sono quindi costrette a cercare altrove la via della sopravvivevenza. Notevoli quantità di terra accaparrata è rappresentata da suoli forestali, distrutti e desertificati per far posto a colture destinate alla produzione di bioenergie, con gravi conseguenze per la sicurezza alimentare delle popolazioni locali. Il cibo, laddove prodotto, è infatti destinato esclusivamente all’esportazione.

È dunque chiaro alla luce di queste dinamiche che le crescenti migrazioni di massa sono anche una diretta conseguenza di questa rapina legalizzata di terreni naturali subìta da circa venti Paesi africani, che si sono visti sottrarre ingenti quantità di suolo coltivabile, e di corrispondenti potenzialità di risorse alimentari. La verità è che prima di essere dei migranti sono degli espulsi. Se si vuole veramente risolvere il problema alla radice è necessario pertanto superare e rovesciare la polarizzazione su cui si è barricata l’opinione pubblica, e chiedersi: è giusto che migliaia di persone siano costrette a lasciare la loro terra? A chi giova tutto questo? Che il fenomeno immigrazione sia promosso dal capitale, indirettamente (attraverso guerre, carestie, furti ed espulsioni legalizzate) ovvero direttamente (i migranti sono utili quale “esercito  proletario di riserva”, come si chiamava un tempo, per comprimere i diritti sociali dei lavoratori), esso è in ogni caso funzionale al dominio absolutus del potere finanziario, che usa questo spostamento di uomini allo scopo di praticare nuove e più potenti forme di colonizzazione. Tant’è che assistiamo all’«odierno elogio costante della globalizzazione e del multiculturalismo, che in realtà è un monoculturalismo del mercato, in cui ci sono mille stili di vita diversi ma poi sono sempre rapportabili alla mercificazione. Tutto al plurale ma tutto mercificato al plurale. (…). Per questo il mito del multiculturalismo oggi è falso in partenza, perché è in realtà il modo di imporre un’unica cultura fintamente frazionata in diverse culture, che in realtà sono tutte interscambiabili perché sono quelle dei mercati» [2].

Quando il numero dei migranti supera la soglia di tolleranza sociale ed economica, le braccia non sono più utili e sono respinte al di là del muro o lasciate affondare nel mare che ci separa. Solo al di fuori dalle logiche di questo sistema è possibile ripensare ad un nuovo tipo di società, in cui siano abbattuti i privilegi e le risorse del pianeta siano equamente distribuite a tutte le popolazioni del pianeta. Ma per arrivare a questo è necessaria una rivoluzione etica e politica, che riporti l’uomo, oggi colonizzato e mediatizzato, al di sopra di qualsiasi fattore economico o materiale, al di fuori di ogni dimensione predatoria di sfruttamento e di discriminazione. Nell’attesa di questa prospettiva palingenetica, si  restituisca la terra ai loro abitanti e con essa la dignità di uomini liberi.

[1] Klaus Deininger, Derek Byerlee, Rising Global Interest in Farmland: Can itYieldSustainable and Equitable Benefits?, The World Bank, 2010: XXXII.

[2] Diego Fusaro, Il pensiero di Epicuro e l’etica del limite, in http://www.mauroscardovelli.it/blog/diego-fusaro-epicuro-e-letica-del-limite/

 

Di Antonio Messina

 

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