Professione antropologo di Moreno Tiziani

L'università ci fornisce le basi teoriche per diventare antropologi. Alla fine del percorso di formazione, iniziamo a pensare a come entrare nel mondo del lavoro e mettere in pratica quanto appreso durante gli studi. 
Ci accorgiamo subito che le difficoltà non sono poche: è già difficile fare ricerca in antropologia, trovare un lavoro "vero" come antropologo lo è ancora di più. E' qui che avvertiamo un senso di spaesamento. Che manchi qualcosa alla nostra formazione? 
Non si tratta di un vuoto di conoscenze teoriche: l'università, da questo punto di vista, non è carente. Ed è sempre possibile colmare eventuali lacune con i saggi scritti su un certo argomento, con approfondimenti personali nel campo della formazione post universitaria o, magari, con indagini sul campo. Mancano invece le informazioni pratiche per svolgere un lavoro. In altre parole, non abbiamo la capacità di trasformare l'antropologo da figura intellettuale a professionista. 
La questione è già stata dibattuta anche sul forum di Anthropos, nella discussione Chi può dirsi antropologo?. Una serie di post che non si è esaurita sul sito della Comunità, ma ha generato in rete diversi richiami, soprattutto su Facebook e Linkedin. E penso che la discussione andrà avanti, considerando che l'iniziale domanda proposta dall'associazione ASS.D.E.A., e che è diventata il titolo della discussione stessa sul forum, ha solo amplificato le idee, i propositi e anche le emozioni suscitate da questo tema. 
Durante il dibattito è stato citato il libro oggetto di questa recensione: non è infatti un trattato su argomenti di antropologia, come siamo abituati a leggere. E' una sorta di manuale con consigli utili, e soprattutto tanti esempi pratici, di come si può lavorare con l'antropologia. 
Il sottotitolo lascia intendere che il testo sia pensato solo per gli antropologi fisici (e in effetti l'Autore è un antropologo fisico). Ma il suo contenuto è utile anche agli antropologi culturali, proprio perché lo scopo è aiutare a diventare professionisti. 
I primi capitoli del libro ("Cos'è l'antropologia fisica" e "Quando è nata l'antropologia fisica?") sono di stampo classico: qui l'Autore getta le basi del discorso, spiegando di cosa si occupa l'antropologia e quali sono state le sue origini. Se l'elenco e la descrizione delle singole discipline può sembrare noioso, è necessario per capire di cosa stiamo parlando e dare una direzione di lettura. 
Il capitolo dedicato alla storia dell'antropologia è più vario. Molto interessante la parte dedicata a come e quando l'antropologia si è diffusa nel nostro paese e le implicazioni che ha avuto nei primi anni successivi l'Unità d'Italia. Visto che il 2011 è il suo 150° anniversario, queste informazioni gettano una luce diversa (in senso positivo) sulla nostra nazione. 
Il libro prosegue con tre capitoli dedicati alla formazione dell'antropologo: "Come si diventa antropologi fisici", "Uno sguardo all'estero" e "La tesi di laurea" spiegano quale è il percorso da seguire dal punto di vista teorico. Il ragionamento dell'Autore non parte però subito dall'università, ma dagli istituti superiori, dando consigli a chi deve ancora scegliere la facoltà da seguire, ovviamente dedicando maggiore attenzione a un percorso di tipo antropologico. 
Si nota qui, come in altre parti del testo, la vena discorsiva dell'Autore, che rende piacevole la lettura ma che forse distoglie dal principale obiettivo dichiarato: parlare della professione di antropologo. Ad esempio, a proposito della scelta universitaria, viene aperta una parentesi su alcune particolarità del sistema formativo italiano; più avanti si spiega come diventare liberi professionisti, accennando ai regimi fiscali e alle problematiche burocratiche. 
Sono informazioni reperibili anche in altri testi, che però danno la sensazione che il libro sia stato veramente pensato per chi vuole diventare un professionista. 
Il testo funziona da guida per la ricerca di una appropriata collocazione in specifici ambiti lavorativi della figura dell’antropologo; una funzionalità che sembra non aver mai assolto l’Accademia scientifica, difatti non esiste in ambito universitario nessun percorso di guida alla messa in pratica del proprio ruolo, quando invece sarebbe da contemplare a compendio di un corso di antropologia (e non ovviamente come sua base). 
Il libro sembra infatti pensato per essere un compendio di un corso, spiegando cose che, per scelta o necessità, non vengono riferite nell'aula universitaria. Ad esempio, sempre nel quadro della formazione, "Uno sguardo all'estero" descrive la situazione dell'antropologia in altri paesi del mondo. Non solo gli Stati Uniti, che in genere sono il primo termine di paragone, ma anche paesi poco citati come Olanda, Canada, India e altri ancora. Contesti e possibilità di paragone che aprono una visione altra e propositiva rispetto alla situazione attuale nella quale si è arenata quella italiana. 
Per quanto interessante, devo far notare che è un capitolo un po' sbilanciato nelle informazioni. Se per esempio il paragrafo dedicato agli Stati Uniti è ricco di riferimenti, quello dedicato alla Tunisia si riduce a qualche riga. Immagino che da una parte ciò rifletta la situazione della disciplina in quel particolare paese. 
Se l'Autore conclude gli altri capitoli con una bibliografia di base sull'argomento discusso (testi di antropologia e non solo, a sottolineare la natura di manuale di "Professione Antropologo"), qui ringrazia i colleghi sparsi per il mondo che lo hanno aiutato a raccogliere le informazioni. 
In effetti durante la lettura si respira una certa aria di "sguardo all'estero" e non solo in questo capitolo. Tra le righe mi sembra di percepire il giudizio dell'Autore per uno stato della disciplina, in Italia, poco vivo, a paragone di un mondo in fermento. Mi chiedo però se il suo pensiero è effettivamente applicabile anche nel nostro contesto. 
Proseguendo, il capitolo dedicato a come si fa una tesi di laurea è un efficace aiuto per chi si deve cimentare con questa prova finale all'università, spiegando come sviluppare un'idea, raccogliere la bibliografia, organizzare la stesura del testo e dei dati raccolti. L'Autore ha inserito, alla fine del capitolo, un paragrafo sul copyright delle tesi di laurea, ripreso in maniera più approfondita in una delle appendici. 
I capitoli "Esempi applicativi dell'antropologia biologica" e "C'è lavoro per gli antropologi?" sono il cuore del testo. Personalmente ne avrei invertito l'ordine: il secondo infatti tratta degli ambiti generali in cui un antropologo può trovare impiego: non solo negli scavi archeologici e nei musei, ma anche nelle aziende, nella comunicazione e nel campo della conservazione ambientale. L'avrei visto quindi come introduzione all’altro capitolo, che elenca e descrive alcuni interessantissimi esempi applicativi dell'antropologia. 
Non sapevo, ad esempio, che dietro l'ideazione dello spazzolino Oral B ci fossero degli antropologi, così come non sapevo che esistessero studi per la colonizzazione spaziale portati avanti da antropologi (tra l'altro italiani). O che vi fossero ricerche di antropologia fisica per aiutare le forze dell'ordine nella lotta contro il crimine. Ho detto prima che questo libro è pensato per essere un compendio alle lezioni universitarie, ma in questo caso lo farei rientrare a buon diritto tra i testi da consultare per un esame. 
Gli ultimi due capitoli parlano di argomenti più teorici, ma non meno importanti. L'Autore riesce a cogliere anche qui aspetti della disciplina che sono solamente accennati durante gli studi universitari, e che invece meriterebbero più spazio. 
"Antropologia fisica, antropologia culturale e interdisciplinarità" affronta il delicato rapporto (ma necessario) tra antropologia fisica e culturale. In Italia vi è una divisione netta tra le due sottodiscipline, cosa che non avviene in altri paesi o, se avviene, si fa sentire meno in termini di collaborazione tra specialisti. L'Autore pone al centro di una possibile soluzione a questa divergenza un metodo interdisciplinare alla materia e, sostanzialmente, un approccio bioculturale alle domande che sorgono durante lo studio dell'uomo, sia in ambito biologico sia in ambito culturale. 
Considerare le problematiche etiche che l'antropologo si può trovare ad affrontare è il passo successivo. Nel capitolo "Questioni etiche per l'antropologia fisica" l'attenzione è spostata verso l'antropologia fisica, visto che l'Autore discute di rimpatrio dei resti scheletrici, di bioriduzionismo (quando si considera "la singola parte come rappresentante del tutto"), delle classificazioni razziali e di altri argomenti. 
Chiude il libro una serie di appendici ("Documenti utili per l'antropologo") dove sono raccolti testi con cui prima o poi l'antropologo deve confrontarsi. Accanto a documenti non commentati, come la "Declaratoria ministeriale del 4 ottobre 2000 concernente il raggruppamento BIO-08 (Antropologia)", vi sono piccoli saggi dell'Autore sul diritto d'autore, la legislazione dei beni culturali e altre risorse particolarmente interessanti. 
Sono documenti che permettono di farsi un'idea abbastanza precisa di cosa vuol dire essere professionista dell'antropologia, al di là del percorso di formazione. Da notare l'ultima appendice, dedicata alla descrizione dell'associazione Antrocom Onlus e alle iniziative che ha svolto in questi anni. 
Un cenno alla cura editoriale del volume da parte di Edizioni Altravista: la brossura è resistente, l'impaginazione chiara e ben leggibile. Peccato solo per una delle appendici, dove gli articoli di legge sono distinti dal commento dell'Autore fino a un certo punto, per poi diventare dello stesso stile degli altri paragrafi. Una svista che spero venga corretta nella prossima edizione del volume. 
In conclusione, a chi può interessare questo libro? Nell'Introduzione, l'Autore spiega che ha pensato il testo per gli studenti di antropologia fisica e culturale e gli appassionati della disciplina. Considerando gli argomenti trattati direi che è pensato soprattutto per gli studenti e per i neolaureati. 
Il testo può essere veramente d'aiuto nel rispondere a dubbi che possono nascere dopo essersi laureati, quando ci affacciamo a un mondo, quello del lavoro, pieno di incognite e che, in qualità di antropologi, abbiamo la possibilità (e il dovere) di interpretare. 

Recensione a cura di Michela Forgione 

Anthropos

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