Risorgimento Maya e Occidente. Visione del cosmo, medicina indigena, tentazioni apocalittiche

L’antropologa Leda Peretti, dopo aver lavorato sul campo in Guatemala, lancia una provocazione assai opportuna per aprire una riflessione su un problema molto più importante della semplice indagine socio-antropologica intorno ad una civiltà antica ma resistente e ancora viva, quella maya.

La studiosa vuole mettere sul tappeto tutte le carte per poter verificare se davvero per il solo fatto di provenire da civiltà antiche, vi siano misure collegate alla salute degli esseri umani più valide (o anche semplicemente valide) di quelle provenienti dalla medicina occidentale, di diversa origine filosofica e scientifica.

La riflessione parte dal così detto Risorgimento Maya, grazie al quale quell’antica civiltà ha potuto ripresentarsi alla ribalta ancora viva e fortemente identitaria per la numerosa popolazione indigena del Guatemala ma anche di vari paesi limitrofi; risorgimento che si è reso visibile intorno al 1992, quinto centenario della scoperta dell’America, una data che dette origine a una vera e propria riscoperta di temi e problemi rimasti sepolti sotto il silenzio del conquistatore.

Da allora, è diventato comune sentire “la difesa della cultura indigena, la conservazione della sua lingua, delle sue tradizioni, della sua medicina ‘ancestrale’”, e proprio dal campo della medicina nasce l’interrogativo della studiosa se, cioè, per il solo fatto di provenire da una civiltà diversa, per il solo fatto di aver mostrato una straordinaria resistenza, per il solo fatto di contrastare il modello occidentale prevalente, il contributo maya nel campo della medicina debba essere considerato utile, efficace e addirittura migliore.

Passando per un utile excursus sulla mitologia maya, sui punti salienti del Popol Vuh e sulla storia della colonizzazione del paese, l’autrice centra la sua analisi sulle “comadronas”, le levatrici indigene, e sulla loro funzione nella cerimonia del parto, momento chiave della sopravvivenza delle etnie, che, se dal punto di vista medico lascia numerosi dubbi, intreccia antiche credenze, sapienza delle erbe e del contesto, conoscenza dei tabù.

Particolarmente interessante la disanima su “caldo” e “freddo” e sulla dialettica che essa scatena nel sistema curativo indigeno che dà modo all’autrice di segnalarne anche le carenze e i pericoli, concludendo che “Ciò che ci interessa rimarcare è che, al di là delle simpatie che in Occidente si possono nutrire per le medicine alternative e per un discorso planetario contrario all’omologazione occidentale, la realtà del Guatemala è che gli alti tassi di morbilità e di mortalità materna e infantile sono ancora dati da denutrizione, diarrea, infezioni respiratorie, anemia, emorragia, infezioni dell’apparato riproduttivo, tutte infermità riconducibili al sottosviluppo e di facile risoluzione da parte della medicina occidentale”.

[A. R.]

Latinoamerica| Cultura e Culture Libri | n°120 | 2012

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